Altro motivo di perplessità circa la facilità di rilascio dell’autorizzazione da parte della Soprintendenza (seguendo la tesi di chi ritiene che di questo si tratti), è dettato dalla irragionevole credibilità che questi stessi privati venuti dall’estero, intendessero lavorare lontano dal proprio Paese, sul fondo del Mare Tirreno, con dispiegamento di uomini e mezzi e dispendio di risorse finanziarie, per accedere, come la legge prescrive, in modo premiale fino ad un massimo del 25% del già modico valore dell’alluminio recuperato, per di più alluminio grezzo (perché sicuramente non poteva trattarsi, novanta anni fa, dell’alluminio elettrolitico oggi utilizzato dalle industrie). Il Dio Giano della situazione
Alla luce, meglio all’ombra, di questo ginepraio di incongruenze e contraddizioni è scaturito il misfatto perpetrato al patrimonio nazionale con le modalità che abbiamo ripercorso anche nelle edizioni precedenti di Forum.
A nobile coronamento della vicenda si staglia, nella costellazione delle incongruenze della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, la dichiarazione di un suo funzionario, riportata dalla stampa l’anno scorso, secondo il quale il recupero di un relitto irrimediabilmente compromesso dall’opera degli inglesi sarebbe “un gioco che non vale la candela”.
Controcorrente con l’opinione pubblica e con quella di altri autorevoli esperti del settore, il disinteresse di questo funzionario di salvare il salvabile, con buona parte del tesoro ancora contenuto, suona come “via libera” da parte della medesima Soprintendenza a quei privati che, ritenendo a questo punto rimosso di fatto il divieto dello Stato, potrebbero per loro conto effettuare il recupero del relitto, divenuto, pertanto, una sorta di res nullius;
Le potenti società che possono effettuare lavori subacquei, specie quelle internazionali dotate di efficaci mezzi sottomarini di vario tipo, capaci di arrivare e lavorare a profondità proibitive, si muovono talvolta nei fondali in cerca di molto meno, magari di qualche carico di anfore di coccio. Come possono non essere attratte, in specie dopo dichiarazioni di questo genere, da ciò che ancora resta di un carico di oro, argento e preziosi comparabili, non fosse altro per la vicinanza con l’ Isola di Montecristo, al noto favoloso tesoro? La differenza è che quello di Montecristo, che ha fatto sognare un poco tutti noi, si trovava nella mente del suo creatore; mentre quello del Polluce si trovava, e speriamo che ancora adesso si trovi, almeno in parte, nelle acque dell’Isola d’ Elba, davanti Capo Calvo, a 103 metri di profondità.
Quando
lo “scaricabarile”
non scarica piu
A questo punto, si poteva pensare che le resistenze che si opponevano alla esibizione delle presunte autorizzazioni da parte delle Autorità responsabili (o, se si vuole, alla dichiarazione ufficiale che nulla di tutto ciò è mai esistito), cedessero il passo al buon senso che sottende la conoscenza della verità. Macchè. Dopo lo scaricabarile delle responsabilità, distribuito, per quanto è stato possibile, per declinare su altri la paternità del danno, gli stessi personaggi, messi alle strette, sembrano invocare “Il quinto emendamento della costituzione americana” sentito spesso al cinema “…non intendo rispondere ad una domanda la cui risposta può essere usata contro di me”. Questo espediente ancora prevale magari in nome della così detta “privacy”, tanto che, a tutt’ oggi, non è dato sapere neppure al Parlamento, che si sta interessando del caso, come e a chi sarebbe imputabile: A) la distruzione della nave per opera degli inglesi B) il relativo trafugamento dei preziosi reperti contenuti nella stiva.
In effetti, poiché siamo in Italia e non in America ed il Governo qualche informazione sull’operato dei propri rappresentanti deve pur darla al Parlamento, si tratterebbe di conoscere quali atti ufficiali siano stati prodotti dalle Autorità preposte alla sorveglianza del patrimonio archeologico appartenente all’ Italia; Autorità che, alla stregua di ultimi Boiardi di Stato, improvvisano di fatto anomale autonomie territoriali erigendo muri di gomma intorno a presunte autorizzazioni rilasciate (o non rilasciate) .
In questo senso l’ On.le Lion, del gruppo dei Verdi, che da tempo sta cercando di far luce sulle sconcertanti vicende ambientali dell’Elba (anche con una recente interrogazione parlamentare), ha presentato al Ministro per i Beni Culturali, al fine dell’ accertamento delle responsabilità, una lettera aperta di richiesta di esibizione delle autorizzazioni. |
Camera dei Deputati Sindacato Ispettivo
Legislatura 14 -
ATTO CAMERA
INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA: 4/09680
presentata da LION MARCO il 06104/2004 nella seduta numero 450
Stato iter: IN CORSO
Ministero destinatario:
MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA’ CULTURALI
MINISTERO DELLAMBIENTE E DELLA TUTELA
DEL TERRITORIO
Attuale delegato a rispondere
MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA’ CULTURALI,
data delega 06/04/2004
Termini dì classificazione dell’atto secondo lo standard Teseo:
CONCETTUALE:
AUTORIZZAZIONI, BENI ARCHEOLOGICI E ARCHEOLOGIA, NAVI E NATANTI, SOVRINTENDENZE DEI BENI CULTURALI
SIGLA O DENOMINAZIONE:
ISOLA D’ELBA
TESTO ATTO
Atto Camera
Interrogazione a risposta scritta
4-09680
presentata da MARCO LION martedì 6 aprile 2004 nella seduta n.450
LION - Al Ministero per i beni e le attività culturali, al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio. —Per sapere -premesso che:
mai nella storia del nostro Paese un tesoro così grande è stato trafugato dal mare, come purtroppo è avvenuto di recente per opera dì avventurieri stranieri, ìn uno specchio di mare poco distante dalla costa sud dell’isola d’Elba, proprio davanti alla leggendaria isola di Montecristo; non sì tratta questa volta, di un tesoro della realtà romanzesca dì Dumas ma di un autentico patrimonio paragonabile però, per la sua consistenza a quello del noto Conte di Montecristo, custodito nel relitto del piroscafo «Polluce» della compagnia De Luchi e Rubattino di Genova, affondato nel 1841 al largo di Capo Calvo (Capoliveri) mentre trasportava 100 mila monete d’oro, 70 mila d’argento, centinaia di oggetti lavorati in oro e migliaia di pietre preziose, molte delle quali incastonate in preziosi gioielli, ed altro ancora. Oltre questo, vi erano i valori di bordo che lo stesso Polluce, nave di lusso a tecnologia avanzata della flotta genovese, sicuramente possedeva e quelli personali di circa cinquanta personaggi dell’aristocrazia dell’epoca, che viaggiavano sulla nave la notte del suo affondamento;
questa vicenda è ormai nota, ma ancora da accertare sono i fatti e gli antefatti che hanno causato, con l’acquiescenza o peggio ancora grazie ad autorizzazione che parrebbe essere stata concessa dalle Autorità com- petenti, il gravissimo danno patrimoniale che I’ Italia ha subito;
il trafugamento del tesoro è avvenuto a circa cento metri di profondità con I’ ausilio di un mezzo navale, affittato a Genova e dotato di benna, e con la tecnica dello squasso e dello strappamento del fasciame di legno da quello in ferro; ciò è avvenuto in modo cosi bestiale che, a quanto pare, il «recupero ha comportato la dispersione di parte dei valori custoditi nel Polluce;
se non fosse stato per un lavoro dì intelligence fra Scotland Yard e il nostro Nudeo Tutela Patrimonio Artistico dell’ Arma, che offriva la possibilità di intervenire su una strana asta che si svolgeva a Londra con la refurtiva del trafugamento avvenuto all’ Isola d’Elba, le nostre Autorità amministrative, all’oscuro di tutto, non avrebbero recuperato neppure quel poco di tesoro che è stato recuperato;
un’altra parte dello stesso tesoro si trova ora presumibilmente disseminata nel mare intorno al relitto e un’altra parte ancora, si suppone sia sfuggita all’opera della benna nelle zone della stiva protette da parti metalliche: d’altra parte, l’affondamento del Polluce, stracolmo di ricchezze in trasferimento da Napoli a Genova, non poteva non essere noto a chi ora sovrintende alla conservazione del patrimonio dello Stato, anche per il fatto storico altrettanto risaputo, almeno tra gli addetti ai lavori, dei vari quanto infruttuosi tentativi ufficiali di recupero del Polluce e del suo inestimabile tesoro;
secondo l’interrogante, per l’auspicato senso di riappropriazione della cultura storica da parte degli italiani e della conservazione dei beni patrimoniali a cui lo stesso Ministero interrogato soprintende, il misfatto consumato all’isola d’ Elba, con l’avallo di una bizzarra autorizzazione paradossalmente concessa proprio da chi è istituzionalmente incaricato alla vigilanza dello stesso distretto, è un pessimo esempio di diseducazione civica;
se presso il Ministero si disponga di documentazione che possa chiarire:
A) se sia vero che gli avventurieri del mare rimasti a depredare il relitto per ben 21 giorni avevano ottenuto dalla competente Soprintendenza e dalle Autorità marittime l’autorizzazione per procedere allo stravagante recupero di un carico di lingotti di alluminio da una nave inglese affondata durante la prima guerra mondiale, recupero che, quanto a valore commerciale, sarebbe stato di gran lunga inferiore ai costi del solo noleggio del mezzo navale genovese;
B) se corrisponda al vero che tale autorizzazione non poteva essere concessa, in quanto la legge prevede in una circostanza del genere (dopo cinquanta anni i relitti del mare sono considerati, per legge, patrimonio archeologico) la dichiarazione dello scopo e la dimostrazione del possesso di requisiti oggettivi e soggettivi che sicuramente quegli avventurieri non avevano;
C) se corrisponda ai vero che questa associazione di predatori del mare si sia invece recata da tutt’altra parte, cioè sulla perpendicolare del relitto del Polluce (Capo Calvo, a sud dell’isola d’Elba) e che, quindi, anche muniti dell’ autorizzazione di cui sopra, non avrebbero potuto né ingannare le Autorità costiere sulla irregolarità della posizione e della tipologia dei lavori in corso nè impedire, se fosse stato effettuato anche un solo controllo, sia la immediata sospensione dell’attività, sia il sequestro della refurtiva sia la cattura della banda;
D) se non si reputi necessario disporre di misure idonee ed urgenti atte a tutelare, anche con reti segnaletiche, il relitto stesso da incursioni predatorie che, con le sofisticate tecniche di immersione e con i mezzi subacquei attualmente disponibili, potrebbero partire da basi relativamente lontane e prima ancora dì quanto si pensi;
E) se non sia il caso di procedere senza indugi ad un recupero archeologico sottomarino eseguito con le modalità di legge e con le cautele che i resti di un tesoro del genere impongono;
F) qualora rispondesse al vero la notizia del rilascio dell’autorizzazione da parte della sovrintendenza, se si ritenga opportuno promuovere un’inchiesta sulle circostanze relative alla concessione delle autorizzazioni stesse e sulle connesse responsabilità da parte di chi è preposto alla tutela del patrimonio dello Stato. |